Il 2109 secondo la Banca Mondiale (prima parte)

Il 2019 secondo la Banca Mondiale (prima parte)

Ancora due giorni e metteremo ufficialmente piede nel 2020. Grazie ai dati pubblicati lo scorso 20 dicembre dalla Banca Mondiale, iniziamo a tirare le somme del 2019 e del suo andamento globale.

Cos’è la Banca Mondiale?

La Banca Mondiale (World Bank) è stata creata il 27 dicembre 1945 dopo la firma dell’accordo di Bretton Woods – insieme di regole sulle relazioni commerciali e finanziarie internazionali tra i principali paesi industrializzati occidentali –, e inizialmente si chiamava Banca internazionale per la ricostruzione e lo sviluppo. Nasce con lo scopo di aiutare i paesi più colpiti durante la seconda guerra mondiale, incentivandone la ricostruzione. La decolonizzazione avvenuta negli anni ’60, però, amplia i soggetti che necessitano di finanziamenti per lo sviluppo economico, includendo così paesi dell’Africa, dell’Asia e dell’America Latina.

All’interno della Banca Mondiale ci sono due istituzioni internazionali: la Banca internazionale per la ricostruzione e lo sviluppo (BIRS) e l’Agenzia internazionale per lo sviluppo (IDA). Obiettivo di entrambe è di lottare contro la povertà e organizzare aiuti e finanziamenti agli stati in difficoltà.

Con sede a Washington e un presidente eletto ogni cinque anni dal consiglio di amministrazione, la Banca Mondiale è una delle agenzie specializzate dell’ONU.

Cosa è cambiato negli ultimi 10 anni?

Quest’ultima è stata una decade in cui sono stati registrati molti progressi, ma ha lasciato sul tavolo ancora numerose criticità da superare. I paesi più poveri hanno avuto maggior accesso ad acqua, elettricità e servizi igienici, la povertà e la mortalità infantile sono diminuite e la tecnologia si è diffusa al punto che oggi ci sono più smartphone che persone. Di contro, sono aumentate le migrazioni forzate, quelle dovute a fuga da conflitti, persecuzioni, violenze e violazioni dei diritti umani, la diossina nell’aria ha toccato picchi mai raggiunti prima e la biodiversità si sta impoverendo velocemente, facendo registrare la scomparsa di alcune specie. In breve, anche se la situazione globale migliora per certi versi, la strada da fare è ancora lunga.

Risultati raggiunti e prove da superare: i primi 7 punti

Il 20 dicembre la Banca Mondiale ha pubblicato un rapporto sui risultati raggiunti nel 2019 e le sfide ancora aperte che porteremo con noi nel 2020. Dei 14 punti presi in esame dalla Banca Mondiale, oggi vediamo i primi 7.

1. 15 paesi hanno sottratto più di 800 milioni di persone dallo stato di estrema povertà

Fino a 30 anni fa più di un terzo della popolazione mondiale viveva in povertà, mentre oggi è meno del 10% quella che vive con circa 1,90$ al giorno. Tra il 2000 e il 2015, 15 paesi hanno sottratto più di 800 milioni di persone dallo stato di estrema povertà facendo registrare il tasso più elevato di riduzione della povertà. Ben 7 di questi fanno parte dell’Africa Sub-Sahariana e due erano classificati come fragili. Questo dato rafforza le speranze: anche nelle condizioni più difficili si può trovare il modo di contrastare e ridurre la povertà nel mondo.

2. L’85% dei poveri del mondo vive nell’Asia del Sud e nell’Africa Sub-Sahariana

Stando ai dati del 2015, la metà dei poveri del mondo (circa 736 milioni di persone in totale) è concentrata in India, Nigeria, Repubblica Democratica del Congo, Etiopia e Bangladesh. Questi 5 paesi sono i più popolosi dell’Asia del Sud e dell’Africa Sub-Sahariana, regioni che insieme accolgono l’85% dei poveri di tutto il mondo. È necessario lavorare per potenziare e velocizzare il loro progresso se si vuole ridurre la povertà a livello mondiale.

3. La società civile si è mobilitata per il cambiamento climatico

Non si può più tacere o fare finta di non vedere: il problema del cambiamento climatico va affrontato. Milioni di persone sono scese per le strade in più di 150 nazioni in tutto il mondo durante la Climate Action Week (20-27 settembre 2019), chiedendo azioni urgenti al Climate Action Summit dell’ONU. Gli obiettivi a cui si deve puntare sono l’abbandono dell’uso dei combustibili fossili e porre fine alla devastazione e alla deforestazione della foresta amazzonica, passando alle energie rinnovabili al 100%.

4. Solo l’89% della popolazione mondiale ha accesso all’elettricità

Nel 2010 ben 1,2 miliardi di persone vivevano senza corrente elettrica, mentre nel 2017 il numero è sceso a 840 milioni. Oggi l’89% della popolazione mondiale ha accesso all’elettricità e i maggiori progressi si sono registrati in Bangladesh, Kenya e Myanmar che rientrano nei 20 paesi del mondo con i maggiori deficit. C’è ancora molto da fare per raggiungere le popolazioni nelle aree rurali, e tra le soluzioni attuabili c’è la realizzazione di mini-reti e sistemi solari domestici. La Banca Mondiale ha avviato una collaborazione internazionale con l’obiettivo di espandere l’immagazzinamento di energia, indispensabile per integrare solare ed eolico con le altre energie rinnovabili in reti elettriche, potenziando le moderne energie rinnovabili su larga scala.

5. Un milione di specie sono a rischio di estinzione

Un milione di specie su 8 totali sono a rischio di estinzione, la biodiversità sta diminuendo a vista d’occhio. Mai prima d’ora si era registrato un tasso di estinzione così elevato e la causa principale sono le nostre azioni. Sembra evidente che non ci rendiamo conto di quanto la biodiversità sia indispensabile per la nostra stessa vita; se non ci attiviamo per porre rimedio, promuovendo e attuando comportamenti di conservazione e uso sostenibile della natura, alcuni degli SDGs dell’Agenda 2030 saranno essi seriamente in pericolo. Tra i più importanti citiamo la fine della povertà, della fame, la tutela della salute.

6. Per un quarto dei bambini al di sotto dei 5 anni non è stata registrata la data di nascita

Registrare la nascita di un bambino contribuisce a garantire molte cose: che abbia un’identità legale, che possa accedere a servizi quali l’assistenza sanitaria, l’istruzione, i servizi sociali e, una volta adulto, a posizioni lavorative. I dati dicono che le nascite di 166 milioni di bambini sotto i 5 anni (25%) non sono mai state registrate, e che 237 milioni di bambini sotto i 5 anni non hanno un certificato di nascita. Questi bambini sono prevalentemente figli di famiglie molto povere, che vivono nelle zone rurali e le cui madri sono prive di istruzione formale. A livello globale, i bambini nati nelle aree urbane hanno circa il 30% in più di probabilità di essere registrati rispetto ai bambini nati nelle zone rurali.

Negli ultimi 20 anni, però, sono stati fatti passi avanti. La percentuale di bambini sotto i 5 anni di cui è stata registrata la nascita è passata da 6 a 10 intorno al 2000, e da 3 a 4 oggi. Se ciò non fosse avvenuto, i bambini non registrati sarebbero arrivati a 266 milioni. La massima attenzione al problema va posta nell’Africa subsahariana; secondo l’UNICEF occorre interviene in modo massivo, o il numero totale di bambini non registrati continuerà ad aumentare e supererà i 100 milioni entro il 2030.

7. Milioni di bambini di 10 anni non sanno leggere una storia semplice

In molte zone del mondo, i bambini non raggiungono le competenze di base dell’alfabetizzazione, elemento necessario per avanzare nel processo di istruzione e acquisire le competenze utili a trovare un lavoro in età adulta. La Banca Mondiale ha creato un indicatore della “povertà di apprendimento” attraverso cui misurare la percentuale di bambini che, a 10 anni, non sanno leggere e capire un testo semplice. I tassi maggiori si riscontrano nei paesi a basso e medio reddito (53%) e nei paesi poveri (89%). Per accelerare i progressi, la Banca Mondiale ha fissato l’obiettivo di dimezzare la povertà di apprendimento entro il 2030. Il risultato si porterà a casa solo se tutti i paesi riusciranno a migliorare allo stesso ritmo di alcuni che hanno spinto sull’acceleratore tra il 2000 e il 2015. Questo significa, in media, che occorre triplicare il tasso globale di progresso.

(Fonte: The World Bank)

Elisa Pizza
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