Ti racconto una storia Ferdinando Di Orio

Depressione giovanile: l’emergenza non si ferma

Viviamo tempi difficili, tempi che l’emergenza sanitaria da Covid-19 ha reso ancora più drammatici. Sia per gli anziani e i soggetti clinicamente deboli, maggiormente esposti alle conseguenze del contagio, che i giovani, scippati sia del presente che del loro futuro. Sì, perché occupati a pensare come arginare il contagio e come far ripartire l’economica, ci siamo dimenticati delle esigenze dei ragazzi, della loro vitalità reclusa e della loro necessità di pensare al domani. Un domani che è sempre più incerto e che presenta, quindi, molte criticità.

Il tutto inserito in un contesto sociale e generazionale già molto difficile, tanto che sono molti i casi di depressione giovanile. Un fenomeno complicato e difficile anche da inquadrare, ma che crea notevoli conseguenze sia a livello personale che familiare e sociale.

Ne abbiamo parlato con Ferdinando Di Orio, Presidente dell’Associazione Veronica Gaia Di Orio che si occupa proprio di “promuovere attività scientifiche, culturali e sociali, finalizzate alla ricerca e alla lotta alla depressione giovanile, sia nell’individuazione dei fattori di rischio, sia nella definizione e nella valutazione delle strategie preventive, curative e riabilitative”.

Dottor Di Orio, qual è la vostra storia? Come nasce la vostra Associazione?

«Tre anni fa ho perso una figlia, che si è suicidata, fortemente debilitata da anni di depressione. Da allora ho creato un’associazione intitolata a nome di mia figlia, l’Associazione Veronica Gaia Di Orio, che si occupa principalmente di giovani che hanno avuto lo stesso problema, quindi lavoriamo sulla depressione. Abbiamo iniziato a lavorare con i ragazzi in depressione perché in questo campo ci sono tantissime cose di non dette»

Quali sono le attività che avete messo in campo per rispondere a questa criticità?

«Presso la città di Avezzano abbiamo creato un centro di ascolto giovani che non è un centro sanitario nel senso stretto, ma è un centro per quei giovani che hanno problemi, disturbi predepressivi o esattamente depressivi e cerchiamo di parlare con loro e cercare di capire l’origine del loro problema. In questo centro di ascolto di Avezzano ed è molto frequentato e stiamo facendo un lavoro su questi ragazzi per fargli capire quant’è bella la vita e quanto sia importante impegnarsi nella vita. Perché quello che abbiamo notato, ed è molto devastante, c’è questo nichilismo nei giovani di non voler affrontare la vita con ottimismo, con voglia di fare e la voglia di impegnarsi. Nelle nostre zone si sta anche rilevando con una forma di aggressività, perché questi giovani depressi nelle loro serate nelle quali assumono alcol e sostanze varie, scatenano la loro aggressività sulle cose pubbliche ed è una situazione di sofferenza che ha riguardato anche gli enti pubblici»

Qual è il problema principale delle nuove generazioni?

«La cosa che noi stiamo cercando di far capire è che questa posizione non porta a nulla. Io credo che i giovani oggi partano da una situazione più disagiata della nostra in quanto noi avevamo delle prospettive ben chiare, sapevamo cosa fare. I giovani di adesso, invece, partono più svantaggiati perché sanno che bene che potrà andargli faranno meno dei loro genitori, non qualcosa di più. Cerchiamo quindi di andare alla base di questo per vedere che in fondo la realizzazione sociale non è l’unica cappa a cui bisogna puntare, ma alla realizzazione di sé, di avere un patrimonio ideale e culturale che riesca a farli sopravvivere in questo mondo che è così difficile e non consente niente a questi giovani»

Quali sono gli elementi che consentono di riconoscere o individuare uno stato di depressione?

«Il ragazzino che non comunica, che si chiude o che non ha rapporti con gli altri. La depressione è insidiosa, ha momenti di euforia e poi momenti di sforia, nei quali si abbatte completamente. Quindi non si può neanche dire che l’abbattimento di per sé una pre-causa di depressione, perché a volte la persona depressa è invece euforica. Sono cose difficili da individuare ma un insegnante che abbia un minimo di conoscenza, riesce a individuare esattamente di cosa si tratta e poi mettere in contatto il giovane con dei tecnici»

In questo senso un ruolo importante è quello delle scuole.

«Abbiamo lavorato moltissimo anche con le scuole che sono l’asset strategico di tutto questo, cercando di far capire agli insegnanti che debbono essere loro a indicarci i ragazzi in difficoltà, altrimenti noi non li raggiungeremmo mai. Quindi c’è una bellissima collaborazione e abbiamo aperto questi centri psicologici che non sempre funzionano perché c’è l’idea che andare dallo psicologo significhi non essere forti. Io sono un teorico del diritto alla fragilità dei giovani che hanno tutto il diritto di essere fragili e non adulti abbiamo il diritto di accogliere questa fragilità e cercare di rimediarla, di tamponarla, di non farla scivolare verso la depressione o verso comportamenti inconsulti»

Per i giovani di oggi una costante è quella della dimensione digitale e dei social network.

«Abbiamo creato un gruppo su Facebook che si chiama “Io amo il volontariato” che nel giro di poco tempo ha avuto un grande risultato. Chi aderisce a questo gruppo è un utente attivo perché abbiamo messo la condizione che chi vuole stare nel gruppo deve dare la sua collaborazione vera. Attraverso questo gruppo abbiamo fatto interventi importanti di cui il primo e più importante è quello di aiutare i giovani con handicap che non possono andare all’università. Questi giovani si trovano nella condizione che all’università non possono andare, non tutto si può fare online e quindi abbiamo attivato un servizio di persone che vanno da questi ragazzi per supportarli nel loro percorso di studio»

Arriviamo quindi all’emergenza Coronavirus. Come ha cambiato la vostra attività e quali sono gli effetti della reclusione forzata sui giovani?

«Con il Covid abbiamo attivato uno sportello telefonico al quale ci chiamano non solo giovani, ma anche adulti. Per i giovani tra i 16 e i 18 anni la situazione è più critica perché si trova confinato in casa ed è difficile arrestare la vitalità che c’è nei ragazzi e che sono costretti a stare chiusi in quattro mura. Per gli adulti ci sono i problemi della convivenza, ai quali forse nessuno aveva pensato e che stanno esplodendo. Ci sono famiglie in cui, dopo un periodo nel quale ognuno faceva la propria vita, si trova costretto in uno spazio molto limitato in più persone che genera un contrasto evidente. L’altra cosa che abbiamo fatto è quella di attivarci per la distribuzione, per chi ne ha bisogno, di beni alimentari e farmaci»

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